• Diego Nicola Dentico

Cosmovisione Maya

Aggiornato il: mar 9

"La rappresentazione dello zero è la figura di una conchiglia o dell'occhio umano, che vuol dire principio e fine [...]. Queste sono le finestre verso l'esistenza, ma ricorda che la realtà è dagli occhi verso l'interno e l'illusione dagli occhi verso fuori..."

                                                                                            - Carlos Barrios, Il libro del destino


La Cosmovisione dei Maya non è una religione né una filosofia astratta. La tradizione è pratica, è una forma di attitudine dinnanzi alla vita e di educazione della percezione.

All'interno della Cosmovisione maya, come in tutte le visioni dell'universo dei popoli nativi, il creato è composto da una rete di relazioni, provenienti e facenti parte di un'unità fondamentale.

Non esiste nulla di separato (la separazione è un errore percettivo), tutto è integrato. Ogni cosa nasce dal Mistero, dal Cuore del Cielo-Cuore della Terra, che si manifesta come Tzacol (Creatore) e Bitol (Formatore).

La piramide del Gran Jaguar di Tikal

Gran parte della Tradizione è stata portata avanti a livello orale, ma esistono diversi testi redatti durante il primo tentativo di spoliazione coloniale in cui elementi fondamentali della Cosmovisione vennero tradotti in spagnolo. Tra questi codici, i più famosi e importanti sono il Popol Vuh, gli Annali Kaqchiqeles e i nove Chilam Balam (Chumayel, Tizimin, Tusik - storici e profetici - Kaua, Chan Kan, Nah, Tekax, Mani e Ixil - astronomici ed erboristici).

Tra questi, quello che racchiude l'essenza della cultura Quiché è il Popol Vuh in cui vengono narrate le cronache di come nacquero i popoli maya, della creazione del mondo e dell'umanità da parte di Hunracàn (che rappresenta l'aspetto invisibile della realtà) e di Tepew Ququmatz (la manifestazione "tangibile" della presenza divina).


Secondo il mito fu il personaggio di Quetzalcoatl, nel Messico meridionale, a codificare e unificare le tradizioni sapienziali mesoamericane e i sacerdoti maya sono in qualche modo suoi "discendenti". Le incursioni europee, che fin dal '500 hanno tentato di distruggere la cultura ancestrale indigena, non sono riusciti a cancellarla, ma, come dicono i "sacerdoti tradizionali" stessi, solo a "smembrarla".

Per i camminanti della Cosmovisione sono fondamentali due pratiche: la contemplazione, che permette di percepire lo spirito all'opera nella creazione, e la preghiera, che costruisce un ponte con l'invisibile e permette di andare oltre le pastoie del mentale.


Ad assistere chi si approccia alla Cosmovisione vi è il calendario sacro Cholq'ij di 260 giorni, ognuno sorretto da uno specifico archetipo temporale (detto nahual) che invita alla meditazione su temi specifici.


Grazie al calcolo calendariale e alla struttura ciclica del tempo ordinario, i Maya furono (e sono) grandi maestri anche dell'arte profetica. I custodi della tradizione sono gli Ajq'ij, ovvero i Contadores de Tiempo che fungono da sacerdoti, guaritori, guide spirituali e memoria storica delle comunità maya.

​​

La Cosmovisione maya ci riporta inevitabilmente alla natura, a riconnetterci ai suoi cicli e alle sue energie che sono la chiave per comprendere ed eventualmente trascendere il Najt (l'illusione dello spazio-tempo).


La tradizione ci invita a prenderci cura della Terra, a tornare umili fili della creazione, fondamentali come gli altri e in equilibrio, in un universo che vive, gode e diventa consapevole del proprio stesso esistere.


Letture consigliate

​Carlos Barrios, Il libro del destino.

Concilio del Popolo Quiché, Popol-Vuh.

174 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti