• Diego Nicola Dentico

Diario di un camminante: Santiago Atitlàn - un giorno con la cofradìa di Santiago Apostol

Ecco venne la parola dell'Uk’u’x Kaj e, nell'oscurità, iniziò a discutere con tepew Q’ukumatz. Grande saggio e pensatore era tepew Q’ukumatz. Parlarono, deliberarono, raggiunsero un accordo e unirono i loro pensieri. Furono in tre, come Uk’u’x Kaj, a venire presso tepew Q’ukumatz, e discussero della vita e della luce, su come avrebbero agito per far sorgere l'alba e su chi avrebbe provveduto al sostentamento. Decisero di procedere alla creazione, alla crescita degli alberi e alla nascita della vita e dell'uomo.


(Popol Vuh)


Santiago Atitlàn

#Santiago #Atitlàn è una comunità indigena che sorge sulle sponde del lago Atitlàn, nel dipartimento di Sololà in Guatemala. Un tempo era chiamata #Tzikin Kaay, Casa degli Uccelli, in memoria di un antico condottiero #Maya #Tztujil (l’etnia locale) chiamato – per l’appunto – Ah Tz’ikin Kaay, la cui effige si trova nella zona archeologica, ora terreno privato, del Chu Tinamit, antica capitale del regno Tz’tujil. Ancora oggi gli Tz’tujil lo ricordano nei propri vestiti tradizionali, che fioriscono di ricami in forma di uccelli.

In Santiago erano presenti diversi centri sacri che avevano anche la funzione di “scuole” per i sacerdoti Maya e per i guaritori. Quando giunsero gli spagnoli, e con loro i frati domenicani e francescani, queste case cerimoniali diventarono confraternite dedicate a differenti santi al fine di convertire gli “indigeni” al cristianesimo. Nel 1700, i frati abbandonarono le #cofradìa e queste, riconquistate dagli sciamani, si trasformarono in un crogiolo dove si fusero la cultura tradizionale Maya, rimasta fedele ai #nahual (in questa accezione spiriti della natura in forma animale) e il cristianesimo che si diventò una patina superficiale che nascondeva agli occhi dei profani la #Cosmovisione antica. Al momento esistono a Santiago Atitlàn dodici confraternite.




I nahual bussano alla porta del sogno

Entrai in contatto con le cofradìa durante il mio primo viaggio in Guatemala, quando viaggiai, guidato da un sogno, come turista alla ricerca di risposte sul senso della mia vita. Nel corso degli anni, avendo stretto amicizia con differenti gruppi di #curanderas sulle sponde del lago, la mia relazione è diventata sempre più intima, fino a che non ricevetti io stesso l’iniziazione sciamanica.

Qualche giorno fa ho ricevuto l’invito a partecipare a una delle cerimonie mensili della cofradìa di Santiago Apostol, maschera del nahual Keej, il cervo. La cerimonia nello specifico è quella del cambio dei vestiti. L’anno scorso avevo già ricevuto una proposta simile nella cofradìa di San Nicolas, protettore degli sciamani, ma non avevo potuto partecipare per questioni lavorative. Quando mi è giunto questo nuovo invito, il mio cuore si è riempito di onore e di gioia.

Pensavo che si trattasse di una cerimonia dai tratti quasi mondani, perché non conoscevo l’importanza del cambio dei vestiti alle statue. Invece, questo tipo di rituale è strettamente connesso all’antica usanza Maya di rinnovare gli altari e onorare gli oggetti cerimoniali usati per il culto e per le pratiche di guarigione.

La notte prima della cerimonia ho fatto due sogni molto particolari: nel primo difendevo la mia famiglia da una minaccia proveniente dall’esterno. Nel secondo, invece, venivo invitato a trasformarmi in diversi animali e proseguivo l’avventura onirica sperimentando la percezione del serpente, del cervo, del giaguaro e di molti altri ancora.


La cerimonia del cambio dei vestiti

Selfie orrendi, ma pieni di gratitudine!

Io ed Elisa siamo arrivati alla cofradìa di Santiago alle 10.00. Un luogo coloratissimo, pieno di festoni, frutti appesi come offerte, candele, incensi, antiche pietre Maya e, ovviamente, immagini cattoliche.

Entrati nella casa, dove la cerimonia di vestizione era già in atto, siamo stati ritualmente salutati e abbiamo preso posto sulle panche. Subito ci sono state offerte coca-cola e sigarette. Nell’antichità al posto della coca-cola veniva utilizzato l’atole come bevanda sacra, una sorta di polenta liquida e dolce, ma come in molti luoghi del mondo, la bibita nordamericana ha rivendicato presto il proprio posto nelle cerimonie sciamaniche. Anche tra i Wirrarika, per esempio, viene utilizzata al mattino dopo una cerimonia di #peyote per smaltire gli effetti dell’enteogeno. Talvolta è posta sugli altari dei #curanderos perché dopo una #limpia (purificazione energetica) aiuta i guaritori a ruttare, o addirittura a vomitare. Il rutto e il vomito sono considerati i segnali che la pulizia rituale è andata a buon fine. Le sigarette invece hanno preso il posto dei sigari. Il fumo del #tabacco, sin dall’antichità Maya, rappresenta un’offerta per gli spiriti di malattia di #Xibalbà e si ritiene che aiuti a tenerli soddisfatti e in qualche modo tranquilli. In realtà, l’intera pianta del tabacco è considerata un rimedio “caldo” nella Medicina Tradizionale indigena e le sue foglie vengono usate intere, a mo’ di fasciatura, o ridotte in polvere e mescolate con il sale al fine di ottenere una pasta verdognola chiamata San Pedro. In entrambi i casi viene utilizzato come cataplasma per trattare tutti i problemi del sistema osteo-articolare o muscolari.


L'allestimento dell'altare dei Santi

A Santiago Atitlàn, attualmente, ci sono tre correnti religiose maggioritarie: gli evangelici, i cattolici e coloro che sono rimasti fedeli alla Cosmovisione ancestrale, chiamati tradizionalisti. Tecnicamente anche io rientro in quest’ultima categoria, ma forse la definizione migliore per me sarebbe sciamano-talebano. L’idea di bere la coca-cola come bevanda sacra mi fa storcere il naso, quella di fumare una sigaretta industriale contorcere le budella. Per non mancare di rispetto, visto che bisogna sempre accettare tutto ciò che viene elargito durante una cerimonia, ho accolto il bicchiere ribollente di liquido nero (scoprendo a mie spese che bevuto in fretta invita gli ospiti gentili a versartene altro), ma la sigaretta proprio non ce l’ho fatta. Il mio rifiuto ha fatto rimanere male il cofrade che con tanta gentilezza mi stava offrendo i doni di benvenuto.

Da qualche parte del mio cervello si è levata una voce Tolteca che mi ha ricordato che cerimonia è anche questo: andare oltre le proprie categorie e i propri limiti, una voce ben incarnata da Elisa normalmente nemica di qualunque forma di dolciume, ma che in quel momento sorseggiava la propria coca con dignità e – ci giurerei – anche con gusto.

Prima del conflitto armato interno (1966-1996), quando la maggior parte della popolazione locale era cristiana o tradizionalista e le cerimonie di questo tipo erano attese da una larga fetta degli abitanti di Santiago, durante le celebrazioni chiunque offriva tutto il proprio denaro perché ci fosse da mangiare per tutti e fiori per i nahual. Il sobro veniva successivamente suddiviso equamente e la cerimonia era anche un momento per ridistribuire le ricchezze e ridurre le disparità sociali. In molte lingue indigene, infatti, non esistono parole per definire i ricchi e i poveri.


La coca-cola come strumento sacro

Dopo la vestizione dei santi-nahual e il loro ricollocamento sull’altare centrale, siamo stati invitati dall’Alcalde della cofradìa, uno sciamano, a offrire i nostri ceri e a dialogare con gli spiriti del luogo. Nonostante il mio tz’tujil sia piuttosto scarso, le parole della benedizione hanno avuto un effetto molto potente. Mi sono sentito scuotere da una forza calda e le mie mani hanno iniziato a tremare mentre gli spiriti, nelle loro maniere misteriose, agivano sul mio corpo elargendo le loro benedizioni.


La Chiesa

Successivamente ci siamo trasferiti tutti insieme nella chiesa centrale di Santiago, altra culla del sincretismo tra la tradizione e il cattolicesimo che, diversamente dall’Evangelismo, è permeabile alle forme culturali indigene.

Sul fondo della chiesa, costruita presumibilmente su un tempio preispanico, si trovano tre altari che rappresentano i tre vulcani che circondano il lago Atitlàn: il vulcano Toliman, il vulcano Atitlàn (in America latina scarseggiano di fantasia, quando si tratta di toponomastica) e il vulcano San Pedro. Ogni altare è dedicato a forze diverse: uno è connesso con l’energia maschile del nahual Ajpù, sincretizzato ora con il Cristo e ora con San Michele – qui vanno le guaritrici e i guaritori a chiedere saggezza e conoscenza. Dalla parte opposta si trova quello dell’energia femminile, dominato dall’energia femminile rappresentata dalla Dea Madre Ixqic, Sant’Anna col bambino, da Ixmucanè, la levatrice, sotto il velo di Santa Isabel e dai nahual del lago Imox e Kawoq.

Al centro si trova l’altare dedicato al vulcano Atitlàn, dove spuntano raffigurazioni di Santiago, il protettore della comunità, e pannelli di legno in cui sono raffigurate scene della vita sacra indigena: concili di anziani, il ballo del cervo, la reverenza al Maximòn. Qui trova spazio anche l’immagine della Santissima Trinità, a cui gli sciamani si rivolgono per recuperare le anime perdute nella Terra-Sogno. La Trinità cattolica si sovrappone alla Trinità del Cuore del Cielo descritta dal Popol Vuh come tre fulmini: Kajuljà Junracàn, Raxa Kajuljà e Chipi Kajuljà.

Dopo aver svestito e rivestito i santi (e bevuto un altro mefitico bicchiere di coca-cola), con particolare attenzione alla statua di Gesù che trasporta la propria croce, il cui cambio di vestiti viene occultato alla vista con un lenzuolo sorretto da differenti cofrade, abbandoniamo la chiesa, dopo esserci inginocchiati nel suo centro. Lì si trova un pozzo, chiamato l’ombelico del mondo, che viene scoperchiato solo nelle festività pasquali e in cui viene infissa una croce in memoria di quando, al cambio dell’anno, veniva eretto un albero che rappresentava la divina Ceiba, axis mundi che connette Xibalbà, la Terra-Frutto, il Cielo e permette alle forze del cosmo e agli sciamani di dialogare.



L'altare è completo. Da notare la tovaglia con i glifi del calendario sacro.

Il banchetto degli dèi

Tornati alla casa cerimoniale siamo invitati a partecipare a un banchetto sacro che ha regole ben precise: donne e uomini sono seduti in zone diverse. Tutti ricevono il proprio pasto, un brodo di verdure con un pezzo di bollito (e nuovamente la voce Tolteca si fa risentire, dato che sono vegetariano… avrei fatto meglio a prenderla quella sigaretta!) e successivamente iniziano le formule di rito e cortesia. Iniziano i leader della confraternita, ringraziando uno per uno i presenti e le Abuelas, poi le Abuelas seguono nella gratitudine, infine tocca a noi ospiti. Non conosciamo bene l’idioma, ma a “Maltiox, chawà” ci arriviamo.

La zuppa è molto buona, ma ha qualcosa di più. Percepisco altro che non riesco a descrivere in maniera razionale. Per fortuna, dopo aver terminato, la Terza Abuela ci raggiunge e ci racconta una storia che ci lascia con un senso di meraviglia, gratitudine e apertura verso il mondo degli spiriti, e che in qualche modo spiega il sogno che ho ricevuto la notte scorsa. Parole portate avanti dalla tradizione, in cui riecheggia la saggezza del Popol Vuh, il testo sacro dei Maya #Qiché.


“Quando il mondo venne creato, i nahual si radunarono per prendere le decisioni sulla forma da dare al mondo. Il loro incontro, nel mondo degli spiriti, è eternamente presente: è iniziato e non è mai iniziato – e continua per sempre.

Come loro si radunano nella Terra-Sogno, noi ci raduniamo nella Terra-Frutto e così siamo uno con i nahual, perché la Terra e il Cielo sono specchio l’uno dell’altra.”

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