• Diego Nicola Dentico

Essere veggenti - Considerazioni sul solstizio d’inverno

Aggiornato il: 29 dic 2020


Kinich Ahau - Dio Maya del Sole - pittura su vaso del periodo classico
Kinich Ahau


Il Solstizio d’Inverno

La giornata del solstizio aveva preso una piega interessante. Le nebbie e i vapori invernali avevano deciso di oscurare il sole, illuminandosi di una luce lattescente. Sembrava che il significato simbolico del Sole che rinasce nel buio avesse deciso di ripresentarsi nei fenomeni atmosferici.

Per i Maya il giorno del solstizio si chiama paxkua’, che non ha nulla a che vedere con la pasqua occidentale, se non nell’assonanza dei nomi. In antichità si onorava elevando delle torce verso il cielo prima di offrire cerimonie di fuoco.

In questo particolare solstizio mi sono trovato con el Xaman a celebrare Hunajpu, il Sole, la cui abbreviazione “kua” si trova nel nome della festa.

“Sai”, disse lui all’improvviso, mentre mi guardavo intorno alla ricerca di legna, “essere un veggente non significa sviluppare qualità immaginative… quelle appartengono a tutta l’umanità. Il veggente, o la veggente, è una persona che sa porre attenzione a cose a cui normalmente non si presta. Nell’educazione alla socialità vi hanno insegnato che l’immaginazione e la fantasticheria sono illusioni di poco conto, invece sono organi di senso che possono essere addestrati.”

Una farfalla, spuntata da chissà dove, mi rimbalzò sulla fronte.

“Ecco vedi?” riprese El Xaman come se non avesse atteso altro, “la Natura mi informa che la tua mente si sta trasformando.”

Rimarrò per sempre col dubbio che quella farfalla decembrina l’avesse fatta apparire lui con un trucco di prestigio.


Il Fiore Sacro

La cerimonia del fuoco è una pratica che si trova in tutte le forme di spiritualità naturale che abbia incontrato. È il rito centrale degli sciamani mongolici, delle pratiche druidiche che stanno rifiorendo in Europa e, ovviamente della cultura Maya, nella quale assume diversi nomi, tra cui xuculem (“mettersi in ginocchio”) e loq’laq kotzij (il fuoco sacro).

El Xaman offrì per prima cosa del liquore alla memoria del luogo sacro, versandolo direttamente nel terreno. Dato che ci trovavamo in un territorio che anticamente faceva parte della Gallia, lo consacrò al Signore degli Animali selvatici, Cernunnos, e alla Signora dei Cavalli, Epona. Successivamente depose candele, incenso e legna su un glifo di zucchero disegnato sulla nuda terra.

Una volta approntato il “mandala”, invocò il Cuore del Cielo e il Cuore della Terra, gli antenati e infine il nahual che ha impregnato con la propria luce il tessuto del tempo, Iq’, il Vento del Nord. Accese lo stoppino di una candela da cui la fiamma divampò.

Quel bagliore mi diede l’impressione improvvisa di diventare lucido, come se fino a quel momento mi fossi mosso meccanicamente all’interno di un sogno fuori dal mio controllo.

Nella Cosmovisione Maya esiste un solo Grande Spirito, che si manifesta in tutte le forme della Creazione, come in un grande labirinto di specchi in cui è divertente perdersi per il gusto di ritrovarsi. Ogni fenomeno naturale possiede un frammento, un riflesso della coscienza primigenia, dalle montagne, le foreste agli animali… inclusi gli esseri umani. Tutto è pervaso di dèi.

Con un semplice gesto, quale accendere un fuoco, la Presenza dello Spirito viene evocata – o meglio – io mi resi conto che lei era sempre lì e, forse, l’atto “magico” più che altro invocava la mia attenzione.

Io sono Coscienza”, disse el Xaman come rispondendo al pensiero che avevo appena formulato, “uno spazio vuoto all’interno di cui tutto accade. Il potere della cerimonia è ricordarlo.


Ascolta la voce del Fuoco

Arrivò dunque la fase della purificazione, detta limpia, che normalmente viene effettuata con rami di erbe che la tradizione ha consacrato a quest’uso. Essendo inverno, quindi sprovvisti di piante fresche, fummo “costretti” ad utilizzare una pietra di ossidiana – anche essa riconosciuta come strumento di guarigione.

Dopo averla strofinata su di me, nominando le parti del mio corpo (animate da altrettanti spiriti e impregnate d’emozioni), el Xaman soffò sulla pietra come attraverso una cerbottana in direzione del fuoco. Stava inviando le intrusioni direttamente alla luce trasformativa del Grande Nonno.

Il falò iniziò a emettere un fumo nerastro e, in quello stato mentale di consapevolezza intensa a cui mi aveva portato la cerimonia, non mi stupii minimamente.

Il 2020 non è certamente da ricordare come un anno facile, sia per la pandemia in sé, che è stata provocata dall’attività predatoria umana nei confronti della natura[1] (con o senza pipistrello) sia perché la comunicazione intorno all’evento è stata sempre basata sulla paura e sulla repressione. Le misure di contenimento della pandemia – giuste o ingiuste non lo decido io – hanno provocato una “secondaria” epidemia di crisi depressive e disturbi post-traumatici da stress, di cui gli sciamani furono avvertiti dagli spiriti già a febbraio 2020, se non prima, con la descrizione di una pericolosissima “perdita d’anima collettiva” con cui continueremo a fare i conti negli anni a venire.



Dopo la pulizia energetica potei avvicinarmi al fuoco e dialogare direttamente con lo Spirito attraverso le fiamme. Al termine della mia preghiera el Xaman prese a invocare tutti gli spiriti del calendario sacro, a partire da Imox, la Madre Oceano.

Per ogni nahual osservò attentamente l’andamento delle fiamme, le forme che comparivano o sparivano nella legna schioccante, i suoni della brace e la natura che ci circondava, tutto legato da una fitta ragnatela di simboli e sincronicità.

“La Terra è secca, riarsa, prigioniera di idee che si fanno cemento e divorano il suolo”, iniziò a parlare, tra una litania e l’altra in lingua Maya: “C’è bisogno di tanta preghiera. Il Fuoco richiede sacrifici, gli dèi richiedono sacrifici di cuori umani – ma non prendere questa visione alla lettera!

Cuori fiammeggianti posti sull’altare dello Spirito: persone che si compromettano a camminare le vie della Natura, a ricordare le vie della Natura, che ricerchino la saggezza.

Il premio alla fine del cammino è l’amore incondizionato. È sempre presente, ma invisibile. Arrivare a vederlo richiede consegna, è un processo.”

El Xaman tacque un istante. In quel preciso momento di silenzio tre corvi iniziarono a gracchiare prepotentemente dal ramo di un albero non lontano. Immediatamente la mia memoria corse a una statua che mi era stata mostrata in Guatemala e che raffigurava la Triplice Dea degli antichi Maya. Nel contesto della cerimonia non si trattava di un’immagine sfocata del ricordo, ma di un’evocazione spirituale, una finestra aperta sulle dimensioni invisibili dell’Essere.


Ovviamente el Xaman aveva già Visto quello che a me appariva come uno straordinario momento di veggenza e riprese a parlare: “La Grande Alleata di questo tempo è proprio la Terra nel suo aspetto più magico. È importante sviluppare una sensibilità che ci permetta di incontrarla a livello sottile, essere ponti tra quel Cuore del Cielo – vuoto da cui tutto è immaginato – e quel Cuore della Terra in cui vengono a esistere tutte le forme[2].

La Terra ci sostiene con la sua magia, ci sostiene con le sue medicine: le erbe e le pietre che sono le sue ossa.

È importante che i praticanti di Medicina si facciano eleggere da tredici piante, incontrino i loro spiriti e che memorizzino le loro vibrazioni tra le proprie mani, diventando essi stessi piante, messaggere del Mistero Creatore-Formatore che vive nella Terra.

Infine: bisogna sempre avere gratitudine per la Madre Acqua, perché è grazie a lei che si manifesta la medicina delle piante. La Madre Acqua risponde alle preghiere crescendo nei letti dei fiumi con il potere della Gratitudine. Ma si abbassa, si secca, quando non è contemplata, quando non è ringraziata.”

El Xaman fece una pausa, come per prendere fiato. Non lui, ma lo stato di trance aveva condotto in maniera impeccabile la cerimonia, facendolo parlare il giusto tra un’invocazione e l’altra, tra un’offerta e l’altra. Adesso solo il crepitio del fuoco rompeva il freddo silenzio del primo giorno d’inverno.

“Forse è questo è il messaggio finale dello Spirito del Sole, Hunajpu – Kinich Ahau, che stiamo onorando nel solstizio”, disse in conclusione, “tutto ciò che vive si alimenta di Gratitudine.”

Come a confermare le sue parole, le nubi si diradarono per pochi, preziosissimi istanti e fummo investiti dalla luce del Sole di mezzogiorno.



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_____________________________________________ [1] Se volete entrare nel merito vi consiglio il libro “Spillover” di David Quammen, Adelphi 2014. [2] El Xaman mi insegnò una pratica di contatto con la Dea della Terra. La descriverò in un prossimo intervento del blog.

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