• Diego Nicola Dentico

Diario di un camminante: il buon vivere



L'obiettivo che si prefigge la tradizione è raggiungere l'utz' k'aslem, il “buon vivere”. Cosa vuol dire questo in una prospettiva comunitaria (indigena)? Le Cosmovisioni native parlano di un “Grande Spirito" (nelle varie culture ha assunto molti nomi e in quella Maya viene chiamato “Nim Ajaw”), che non è propriamente una divinità, ma l'autoconsapevolezza di un universo in cui ogni parte è cosciente di sé.

Nei momenti di meditazione, di cerimonia, di pratica, entriamo in contatto con un'altra modalità di percezione e descrizione della realtà, dove, in uno stato di consapevolezza intensa, l'ego si dissolve (temporaneamente) e si sperimenta l'unione con questa Coscienza, che è sempre presente, ma di cui siamo in grado di dimenticarci. Gli stati di consapevolezza intensa permettono di rendersi conto dell'intima presenza della Coscienza in tutte le cose, operando una trasformazione sulla personalità. Le/i praticanti diventano in maniera spontanea più compassionevoli, gentili, integr*. Non per una legge scritta, un dogma o per timore di finire in inferni inesistenti, ma per sperimentazione diretta del Sacro. Si raggiunge così un significato più profondo dell'essere umani, si interiorizza il Winaq, il concetto di umanità in equilibrio.

Questo è il vivere bene, potremmo essere pover* e restare comunque in connessione con il ricordo del contatto con il Nim Ajaw, e assegnare nuovi significati ai concetti di povertà e abbondanza. Potremmo essere fortunat* e decidere di condividere i nostri doni con la comunità che ci circonda.

La reiterazione e la disciplina nella pratica aiutano a mantenere vivo il ricordo dell'esperienza mistica o a raggiungerlo.

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