• Diego Nicola Dentico

La Medicina della Morte


Il susto


Scrivo questo post con il cuore un po’ appesantito. Questo 2020 è stato completamente dominato dall’energia della morte, che sembra l’occidente abbia scoperto solo quest’anno.


La mia estate è passata, rapidissima, all’insegna di molte emozioni, ma già dai tempi del primo (e spero ultimo, ma temo sia la celebre “speranza del dodo”) #lockdown, gli spiriti mi avevano informato sui gravi pericoli a cui stavamo andando incontro a livello collettivo e che, per fortuna, non sono di certo l’unico ad aver notato. Non sto parlando del pericolo rappresentato dal #virus in sé, nei cui dettagli non entro in quanto non ne ho le competenze. Parlo dei pericoli dell’esposizione a una “informazione” frammentaria e a una comunicazione basata sulla paura. I tempi del lockdown avrebbero potuto essere quelli giusti per fare un’informazione corretta su cosa siano, per esempio, i virus e come funzionano, su quali fossero i criteri usati per indagare la natura del covid-19, su quali fossero le sue cause. Cosa che ovviamente non è stata fatta perché la verità è molto semplice: questo virus è un figlio diretto della globalizzazione e di un mercato neoliberista che prende in considerazione solo il profitto a discapito di ambiente e situazioni lavorative umane. Una forma economica che gli stati stanno facendo di tutto per salvaguardare. Sappiamo che questa infezione è una #zoonosi, eppure i macelli e gli allevamenti sono tra le poche attività che non hanno chiuso un giorno.


Non solo: gli esperti ci hanno informato più e più volte, nel corso degli anni passati, che lo scioglimento dei ghiacci ai poli avrebbe potuto provocare il rilascio di virus congelati da millenni, ai quali la #biosfera terrestre attuale potrebbe non essere pronta. Non sto affermando che questa sia l’origine del covid-19, ma è possibile che questa “pandemia” sia solo un assaggio di ciò che ci aspetta in futuro in forma sempre più frequente.


Persino la narrazione politica e mediatica si sono trasformate. La percezione che ho è che adesso la globalizzazione sia diventata un valore della sinistra (trasformata in “globalismo”) mentre tutti gli altri sono diventati sovranisti, tendenzialmente a destra, con alcune gradite voci fuori dal coro in Francia, all’interno dell’MRC, secondo il quale: “Solo la sovranità politica (può) contrapporsi alla potenza del capitale”.


Non ho pretese, né ne ho mai avute, che venissero prese in considerazione, a un livello mainstream, le cause sciamaniche della malattia globale che ci ha investiti, ma non posso tacere – almeno in questo spazio – e far finta che qui non si parli di #sciamanesimo.


Il 2019 ha visto come protagonisti indiscussi i roghi di milioni di ettari di foreste in tutto il mondo. Foreste che, non a caso, chiamiamo “polmoni del pianeta”. Che a bruciare siano i polmoni degli esseri umani, in una prospettiva nella quale siamo solo estensioni della grande cellula cosmica che è la Madre Terra, rimane tragico, ma non è sorprendente.


Secondo la #Cosmovisione #Maya, nel #2012 si è aperta una finestra di 20 anni in cui abbiamo la possibilità personale e collettiva di seminare le emozioni e gli eventi che vorremmo vedere fiorire nei prossimi, circa, 400 anni. Il nuovo #Baktun. Scoprire che questa data tradizionale coincide con quanto dicono gli scienziati in merito a una possibile inversione di rotta per contenere il #riscaldamento #globale entro una data utile (il 2030) mi ha dato speranza da un lato e terrorizzato dall’altro.


La comunicazione in tempi di #covid è stata focalizzata sul terrore e sulla colpevolizzazione. Si tratta di due emozioni che nel gergo dello sciamanesimo latinoamericano provocano il #susto, lo spavento: una delle prime fonti di frammentazione dell’anima e causa principe delle malattie, secondo la visione della Medicina Tradizionale.


“Lavora sul susto a livello collettivo”. Questo è stato il messaggio, quando chiedevo quale fosse il modo più saggio di agire, mentre allo stesso tempo mi veniva negato un incontro con lo spirito della malattia. Ho passato quindi l’estate a proporre cerchi di #curanderismo sempre con lo stesso obiettivo, quello di lavorare energeticamente e sciamanicamente ai danni e al susto provocato dalla una narrazione tossica di una realtà già dura, alla quale – con mia grande sorpresa – mi sono scoperto decisamente vulnerabile durante una cerimonia intensissima in cui la Medicina mi ha obbligato a contemplare il mio cadavere… alla faccia del mio ritenermi perfettamente consapevole e padrone dei miei pensieri. È stato un colpo per il mio ego, ma anche un bagno d’umiltà necessario.

La Medicina della Morte


All’interno della Cosmovisione un luogo di grande rispetto è occupato dal #nahual #Kame, il nahual della morte e della resurrezione. Scrivo “della morte e della resurrezione” perché si tratta di concetti che sono strettamente legati e possiamo affermare che, in ultima istanza, quando parliamo di Kame, parliamo del nahual della trasformazione.

Nel mondo maya esiste una categoria di sciamani che si chiama #Ajkame, l’equivalente delle accabadoras sarde. Si tratta di guaritori e guaritrici che hanno un intimo e profondo contatto con l’energia della morte e sono quelle persone che vengono convocate per ultime durante un processo di malattia. Sono coloro che possono fare le preghiere finali per chiedere un miracolo in extremis oppure per dare l’eutanasia.


Nella visione maya, quando arriva la morte, la persona si dissolve nel proprio nahual e torna all’origine. L’essenza primordiale si libera. Ho utilizzato il termine “persona” perché in latino questa parola indica la maschera teatrale, il personaggio, e questo è ciò che siamo, tutto sommato, nella visione indigena: attori sul palcoscenico dell’Infinito.


Il ritorno “a casa”, al nahual, al grande gemello invisibile è vissuto come una festa. Il ritorno alla luce e il ritorno della luce.


Durante la mia permanenza a Santiago Atitlàn ho avuto la benedizione di essere invitato a un funerale, un invito che non viene elargito facilmente al di fuori dei clan che compongono una famiglia tz’tujil. Era deceduto il nonno di un mio carissimo amico e questo funerale mi colpì perché si è trattava di una vera e propria festa, in cui si alternavano degli ovvi momenti di cordoglio, di dolore, a momenti di gioia e ricordo.


C’erano dei musicisti, che fanno appositamente questo di lavoro: portare canzoni religiose, ma anche le canzoni preferite della persona defunta. Il dolore non era escluso né mitigato, ma accompagnato, come tutto ciò che esiste nella vita, anche da momenti opposti, di felicità. Momenti in cui le famiglie mangiavano insieme e onoravano la morte attraverso la celebrazione della vita.


Si tratta di qualcosa che non si può accogliere all’interno di una medicina occidentale che nasce in un contesto che esclude la spiritualità – o meglio – la naturalità dalla sfera medica[1]. Questo è il punto in cui tutto ciò che si può concepire con l’intelletto sfuma in certezze che sono però sovrarazionali e si possono cogliere solo con il fiore dell’intuire.


La morte è quindi vissuta come una medicina, forse l’ultima, probabilmente la più potente, che viene presa in considerazione da tutte le Medicine Tradizionali del mondo ed è invece esclusa da quella che è la medicina occidentale… che ha fatto proprio un linguaggio marziale in cui si combatte contro la malattia, si aggrediscono le cellule tumorali, si distruggono i virus anziché domandarsi quale sia il loro posto nell’ecosistema. Anziché accogliere che anche la guarigione è una morte, in quanto è una trasformazione, e anche la morte può essere una guarigione, in quanto è l’arrivo della luce.



__________________________________________________________ [1] Tralascio, per brevità, l’assoluta assenza di “interrogativi in corsia” legati alle religioni e al fine vita in un’Europa che si scopre multietnica e non solo cattolica e neppure solo cristiana.

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