• Diego Nicola Dentico

Le cerimonie della vita come cura collettiva

Aggiornato il: feb 14



Oggi nel calendario Maya è un giorno 2 Imox. Arriva l'energia della "sconfitta" del grande coccodrillo, Zipacnà, la necessità. Il numero 2 ci parla non solo di taglio e dualità, ma anche di riunificazione e guarigione... d'altronde, 2 è il numero ambiguo per eccellenza.

Zipacnà si vince quando ci si arrende al suo potere integrandolo, ci si ritira dalla battaglia abbandonando ogni bandiera, ogni autorappresentazione, ogni importanza personale. Solo allora il nahual del coccodrillo diventa l'allegro delfino che fluisce tra le onde del Tempo.

Per questo motivo, affidandomi alle benedizioni del nahual Imox, pubblico questa riflessione sulla sacralizzazione del Tempo che scorre attraverso le vite e viene celebrato da cerimonie in grado di “accendere” in profondità gli archetipi e i complessi più adatti per viverlo.

Celebrare la vita in maniera collettiva è una grande cura sociale.


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Come pellegrini ed eredi del lignaggio Maya-Tolteca, abbiamo ricordato le cerimonie insieme agli Abuelos e le Abuelas e abbiamo ricevuto da loro il mandato di ricordarle insieme alla gente del nostro mondo e della nostra cultura. Abbiamo raccolto questo invito perché sentiamo l'urgenza di di un cambio profondo in noi stessi e nella nostra società. Un cambio che ci veda occupare il nostro posto di esseri cosmici nella famiglia della Terra e che renda le nostre vite degne di essere vissute, in semplicità e in armonia con tutto il creato.

(Alessandra Comneno e Maurizio Balboni, Pratiche sciamaniche - il cammino della conoscenza silenziosa, Anima Edizioni)


Ringraziando Alessandra, le Abuelas e gli Abuelos di tradizione che hanno trasmesso il loro sapere.


Il senso delle cerimonie


Jung credeva che i popoli moderni, d’altro canto, avessero perso la significativa connessione con il mito orientativo della loro cultura, e vivessero in una cultura dai legami comuni e partecipativi indeboliti, che valorizzava soprattutto l’indipendenza dal collettivo.


(C. Michael Smith, Jung e lo Sciamanesimo, Edizioni Amrita)


“Alterare” o meglio intensificare la percezione ordinaria spingendola verso uno stato di consapevolezza allargata è un comportamento che si trova all’interno di tutte le società tradizionali. Che questo shift avvenga attraverso l’uso di sostanze naturali, della percussione dei tamburi o dei rituali che catturino l’attenzione, non importa. Quello che è importante, a prescindere dalla tecnologia utilizzata, è contattare il sacro.

Questo comportamento umano, diffuso e trasversale tanto quanto l’arte, è uno dei grandi assenti nella società dei nostri tempi – dove è stato relegato “nell’ombra”, trasformandosi nel “demone” dello sballo e delle dipendenze da sostanze. In un modello “comunitario” come quello attuale, l’immagine degli “sciamani”, con la loro capacità di essere-ponte tra il regno della materialità e l percezioni allargate dell’energia, si presenta come una grande guaritrice, in grado di sciogliere le trappole dell’importanza personale e a insegnarci nuovamente il mitico “linguaggio degli uccelli”, che compare nelle mitologie di tutto il mondo come eredità perduta di un'umanità in grado di dialogare con la natura.

La sua scomparsa è sintomatica, ma non è il problema in sé. Infatti, la nostra società ha esiliato tutta la parte percettiva “altra” giudicandola con lo sguardo severo dell’aspetto razionale e creando definitivamente una ferita, una frammentazione interiore che tutti portiamo dentro per il semplice fatto di essere nati in un questo contesto. Non è un caso, infatti, che i processi di risoluzione psicologica assumano il nome di reintegrazione o individuazione.

L’individuazione è il processo elaborato all’interno della prospettiva psicologica di Jung, nel quale l’Io incontra il Sé e si superano le opposizioni dei vari complessi che compongono la personalità. Secondo lo psichiatra svizzero, l’individuazione, presso le società tradizionali, non era un processo di ricerca personale (per lo meno, non solo) ma faceva parte di un processo collettivo che veniva sostenuto dalla pratica comunitaria dello sciamanesimo. Infatti nelle comunità tribali, anche se non tutti i membri della comunità sono sciamani, tutti praticano lo sciamanesimo.

Ogni cerimonia di passaggio, da una nascita, un matrimonio, un ingresso all’età adulta, un’iniziazione sciamanica, ha il ruolo, sia attraverso il mito riattualizzato e l’utilizzo del simbolo, sia come momento in cui gli iniziandi ricevono le istruzioni dagli anziani, di attivare o disattivare alcuni archetipi che vivificano i vari complessi, per rendere la persona funzionale al momento della vita e al ruolo che occupa all’interno del tessuto sociale.


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Il fiore della vita

Il glifo del fiore è ricorrente all'interno della Cosmovisione Maya.

Come un fiore è rappresentata la "ruota di Medicina", un simbolo che riassume in sé l'intera cosmologia tradizionale.

Nel centro abbiamo la Terra-Frutto, il luogo in cui abitiamo, sostenuta dai quattro petali, determinati dalle posizioni e dai percorsi di Kinich Ahau, il Sole.

Ad Est troviamo i poteri che permettono al Najt (lo spazio-tempo) di apparire. Si tratta del cammino rosso dell'alba.

A Ovest il sentiero nero che porta a Xibalbà, il mondo inferiore, suddiviso in più livelli (nella tradizione Mexica in 9, in quella del Popol Vuh 5), abitato dai poteri che "tutto trasformano in memoria."

A Sud troviamo il sentiero giallo, la strada dell'abbondanza, la forza del mezzogiorno e l'apparenza nel suo massimo splendore, la Natura Madre-Padre, Kaj-Ulew (Cielo-Terra).

A Nord, infine, troviamo la strada che porta nei mondi superiori, la via lattea percorsa dagli antenati che riposano nella percezione di Tulan. Il Sac-be, il cammino bianco come la luna, che appare timidamente, forse visto, forse immaginato, davanti ai piedi del Camminante che si avventura con fiducia nella Notte Cosmica.

Sul fiore sono modellati il calendario sacro e la ruota della vita. In ogni direzione troviamo cinque nahuales (matrici, forze del tempo) che danno forma alla percezione umana della realtà.

Il fiore ci guida nello scorrere del tempo delle nostre vite con cerimonie che ci aiutano nello sviluppo come esseri umani, attivando (o disattivando) archetipi adatti alla fase che stiamo attraversando, curando così globalmente le comunità.

L'intera società tradizionale prende forma sul modello del cosmo.


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La ruota di medicina come cammino della vita

Nella Tradizione Maya il percorso della vita si articola sulla Ruota di Medicina. Ogni spicchio della ruota copre un periodo di tredici anni. Allo scoccare di ognuno di questi momenti, le famiglie contattano gli Ajq’ij’ e gli Anziani di Tradizione per onorare il passaggio.

A volte la trasformazione viene segnata con una cerimonia del fuoco (xuculem), altre volte, alla presenza dell’Abuelo Fuego è accompagnato un rituale più articolato che prevede l’intervento dell’intera comunità.

A est inizia il cammino dei neonati, che vengono onorati con la cerimonia della semina, durante la quale la famiglia offre il nome alle quattro direzioni affinché siano sempre accolti ovunque camminino. Il totem associato all’est in genere è l’aquila, l’animale che più si avvicina al sole e, per estensione, al Grande Spirito.

A tredici anni si arriva alla “stazione” del sud, collegata agli anni dell’adolescenza, al momento in cui si inizia a esplorare il mondo e a formarsi come esseri umani indipendenti dalla famiglia. In questo momento il giovane viene invitato a ritirarsi per una notte nel bosco, ad affrontare le proprie paure. All’alba viene purificato nel Temazcal e gli vengono donati un arco e tre frecce, con le quali apprende a focalizzare il proprio intento. Gli animali del sud sono il coyote (il trikster per eccellenza, colui che inganna e che sfida), il topo (animale furbo e dal rapido apprendimento) e talvolta il giaguaro, per la sua forza solare.

Nello stesso periodo, le ragazze che raggiungono il primo sangue si ritirano con le donne e le anziane del clan per essere istruite sulla natura ciclica che le unisce al cosmo.

A ventisei anni i giovani sono pronti per diventare a tutti gli effetti adulti. La cerimonia si svolgeva in una capanna del sudore, dentro la quale affermavano il proprio nome e benedivano le stirpi che avevano dato loro la vita. Il viaggio sulla ruota di medicina in questo caso conduce all’ovest, dove si trovano gli animali dell’orso e del serpente, in grado di nascondersi nella profondità della Terra per cercare il proprio sonno durante il letargo e riemergere rinnovati.

Il periodo tra i trentanove e i cinquantadue anni era quello in cui si iniziava ad abbandonare il concetto di individualità, preparandosi a diventare Abuelas, Abuelos, sagge e saggi della comunità, genitori universali. Lo spirito animale connesso a questa parte della ruota è quello del bisonte bianco, talvolta il cervo. Animali con i piedi ben radicati nella terra e le corna protese verso il cielo, in perenne connessione con la grande saggezza.

A cinquantadue anni la persona diventava effettivamente un nonno, una nonna della comunità, tornando allo spicchio d’origine della ruota e cominciando nuovamente il cammino. Durante questa cerimonia la persona raccoglieva cinquantadue bastoni di legno che offriva al fuoco, in una ricapitolazione globale della propria esistenza.

Il viaggio sulla ruota della vita non si fermava ovviamente ai cinquantadue anni, ma proseguiva. A sessantacinque anni la persona veniva fatta oscillare, dentro una coperta, su un grande fuoco, perché una volta apprese la maternità e la paternità universali, fossero bruciati tutti i loro ultimi attaccamenti e potessero prendere posto nel consiglio degli anziani.

A settantotto anni, la Abuela o l’Abuelo donava tutti i suoi oggetti di potere: le sue stesse mani erano diventate le piume dell’aquila, i loro occhi i puri cristalli in grado di vedere nel buio, i loro cuori il tamburo del Grande Spirito.

A quel punto terminavano le cerimonie, perché l’Abuela, l’Abuelo incarnava la cerimonia e portava la memoria dello Spirito ovunque andasse.


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Conclusioni

Purtroppo ho avuto modo di vedere il rapidissimo deterioramento delle tradizioni nelle comunità indigene in cui ho trascorso e trascorro molto tempo. Il deterioramento è iniziato per via della relazione poco etica con la cultura occidentale. In alcuni casi, questo contatto è stato ampiamente incoraggiato da chi dalla disgregazione della tradizione ha molto da guadagnare, e parlo soprattutto delle chiese evangeliche, delle industrie agroalimentari e della minerìa... per non citare i governi centrali.

La memoria storica di un popolo vive in ogni suo appartenente e le cerimonie di passaggio aiutano a mantenere l’individuo ben ancorato e protetto da confini salubri all’interno della propria comunità – che non si trasforma, quindi, in un mostro spaventoso e informe dal quale difendersi rifugiandosi nell’autorappresentazione – e in relazione con la natura sacra che lo circonda.

Mentre le culture indigene tradizionali lottano per non perdere la propria identità, gli “occidentali” stanno cercando di riallacciarsi con le proprie radici, per recuperare un senso del sacro che invece è andato perduto, ricercando nel contatto con la natura un senso di identità personale e spirituale.

In Europa mi è capitato di partecipare a incontri collettivi durante i quali gruppi di pellegrini della coscienza si incontravano con gli anziani di tradizione, venuti dal “nuovo mondo” per ricordare le vie della Terra. Durante gli incontri venivano presentati i bambini alle Quattro Direzioni o, di fronte al cerchio della comunità, due persone dichiaravano il proprio amore e il desiderio di camminare insieme nel percorso della vita.

La sperimentazione di una collettività sana, di un luogo sicuro in cui il tempo che scorre porta a traguardi da celebrare anziché di cui aver paura, e l’utilizzo della capanna del sudore, hanno piantato buoni semi per le società del futuro.

È importante rispondere alla chiamata degli Abuelos e delle Abuelas di Tradizione, recuperare le cerimonie trasformative e radunarsi in clan per celebrare i momenti di passaggio. Le celebrazioni della vita hanno il potere di ricondurre a una visione unitaria che travalica l’ego personale, ci aiuta a rispecchiarci nella collettività e guarire come singoli e come comunità.

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