• Diego Nicola Dentico

Santeria indigena

Aggiornato il: mar 15



Ora sapevo che i tamburi, i canti, le danze, avrebbero agito anche su di me. Uno strano torpore penetrava la mia gamba sinistra come una linfa che sale nel tronco di un albero. Dico torpore, ma non è esatto: lo devo chiamare oscurità bianca, per quello splendore di gloria e quell’oscuro terrore che mi ispirava.

(Maya Deren, I cavalieri divini del Vudù)


La Cosmovisione Maya tradizionale non è andata perduta con l’arrivo degli europei in territorio americano. All’interno dei lignaggi dei sacerdoti e degli sciamani indigeni, che hanno continuato ad esistere fino ad oggi, la tradizione è stata preservata. In molti casi, come nell’area Qiché dell’altopiano guatemalteco, la mistica connessa ai Calendari Sacri è rimasta inalterata; in altri casi, come quello di Santiago Atitlàn (dipartimento di Sololà) invece, la tradizione Maya si è “travestita” da cristianesimo, mantenendo un cuore pulsante e verace avvolto da immagini cattoliche.


È nata così una “santeria” dai marcati tratti maya. Santeria è il termine con cui gli spagnoli deridevano, in territorio cubano, le attività devozionali “eccessivamente legate ai santi” degli schiavi africani che avevano, nella stessa maniera, occultato le pratiche del culto Lukumi.


Inizialmente pensavo che il parallelismo tra Sincretismo Maya (come gli stessi nativi si riferiscono alla mescola di Cosmovisione ancestrale e cattolicesmo) e Santeria fosse una mia ipotesi, ma mi è capitato di essere ospite in una cofradia (“templi” del Sincretismo) in cui sciamani e iniziati alla Regla de Ocha (altro nome con cui è noto il culto Lukumi) praticavano insieme le proprie cerimonie.


Secondo una leggenda Maya-Poqomam, fu Kajib’ Imox, uno dei grandi condottieri del passato che resistettero all’invasione spagnola, il primo a suggerire di conservare la tradizione con questo modo. Dopo il suo martirio, il guerriero sarebbe riapparso in spirito sotto forma di Maximòn (successivamente sincretizzato con San Simòn) un santo popolare, non riconosciuto dalla chiesa cattolica, nonché protettore di tutti gli sciamani.

La Santeria indigena è quindi imparentata con lo sciamanesimo, in particolare quello portato avanti dagli Ajkun (guaritori tradizionali). È una pratica eclettica che viene trasmessa in parte da bocca a orecchio nella relazione tra insegnanti e apprendisti, e in parte attraverso i sogni, direttamente dagli spiriti.


Maximon

La cerimonia centrale della Santeria indigena è la velaciòn, ovvero l’offerta di candele, copal, tabacco e liquore, con la quale gli sciamani entrano in contatto con gli spiriti del proprio pantheon chiamati “nahual” (dalla lingua Nahuatl “ciò che è invisibile” o “ciò che realmente è”) così come erano chiamati nahual i glifi del calendario sacro Cholq’ij’.

Se i nahual del calendario sono 20, ma possono presentarsi con 13 sfumature diverse (per un totale di 260 possibilità), i santi cattolici che ne hanno preso il posto sono molti di più e variano da regione a regione del Guatemala.

Io ne ho identificati poco più di una quindicina. Alcuni di questi santi, come Santa Isabel, sono ridondanti e riassumono in sé le energie di più nahual del calendario.

Nei prossimi interventi vorrei parlare di ogni nahual del calendario, dei santi associati, delle agiografie e delle connessioni tra Guatemala e Messico, soprattutto per quegli spiriti come la Santa Muerte o Tezcatlipoca che sono, almeno in apparenza, più collegati alla Cosmovisione Mexica che non a quella del Maya del Guatemala.

In questo primo post, oltre a introdurre brevemente gli argomenti Santeria indigena e cerimonie, parlerò del nahual Imox, primo giorno del calendario sacro.


Per approfondire la Cosmovisione Maya tradizionale cliccare qui.


Per un'introduzione ai nahual del calendario cliccare qui.


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La velaciòn

La velaciòn è una cerimonia che si trova in tutte le forme di Curanderismo latinoamericano. Si tratta di un’offerta che include generalmente candele, incenso e tabacco. In alcuni casi sono presenti anche alcool e uova. Nella velaciòn maya tradizionale la configurazione delle candele è piuttosto semplice: si fa una fila di 13 candele bianche e due file da 7 candele gialle ciascuna, a cui si aggiunge una candela colorata sulla base dello scopo che si vuole raggiungere. Il tutto davanti ad un altare su cui sono presenti le immagini dei santi a cui ci si rivolge. Presumibilmente è la versione “cattolicizzata”, quindi accettabile in un contesto coloniale, della cerimonia del fuoco sacro, rituale centrale dello sciamanesimo maya.


Velaciòn

Di fianco si pone una copalera, o un altro tipo di brucia-incenso, nel quale vengono offerte abbondanti quantità di copal all’inizio e in chiusura della preghiera.


Spesso, durante le velaciones, viene anche versato direttamente al suolo un ottavo di Quetzalteca (un’acquavite economica, popolare in Guatemala) e, occasionalmente, accese delle sigarette successivamente poste sugli altari in appositi posacenere, con la parte del filtro rivolta verso i santi. Ovviamente non nel caso del Maximon e di Maria Batz’bal: le maschere di questi due idoli sono provviste di un apposito buco in cui inserire la sigaretta per permettere agli antenati di fumare.


Gli sciamani maya praticano lunghissime orazioni che si aprono con il ringraziamento alle forze, le invocazioni ai santi-nahual e l’esposizione di una petizione del cliente per il quale stanno eseguendo la cerimonia. Al termine del tutto possono seguire dei trattamenti (limpia, ajuste, temazcal), se il richiedente ha interpellato lo sciamano per una malattia di origine spirituale o naturale.

La chiusura vera e propria del rituale prevede la condivisione di una bevanda, che nel passato era l’atole (una sorta di polenta dolce molto lassa), ma che adesso è stata sostituita da più abbordabili bevande gasate o birra. Questa parte è fondamentale perché rappresenta la comunione tra spiriti e mortali ed è memoria di quel momento nel Tempo Eterno, in cui gli dèi si radunano per generare il mondo.


Ogni cerimonia con lo stesso intento può essere ripetuta una o tre volte.


I colori per esprimere l’intento attraverso una candela sono abbastanza intuitivi, ma possono variare da praticante a praticante. I Maya sono molto legati all’aspetto visivamente gratificante di velaciones offerte con candele multicolori perché ogni rituale deve essere primariamente bello. Ogni difficoltà della vita, che si tratti di una malattia o di problemi coniugali, proviene – nella visione maya – dalla rottura dell’equilibrio fra gli individui e la Madre Terra, sia nel suo aspetto materiale che in quello spirituale. Per questo motivo ogni cerimonia è sempre un’offerta di bellezza. Si tratta di una reverenza così sentita che nella città coloniale di Antigua Guatemala, per esempio, legata a una tradizione cattolica molto rigida (e anche a una ferrea lotta all’ “eresia” indigena), è vietato accendere candele che non siano bianche all’interno delle chiese.


In via generale i codici di comunicazione basati sul colore delle candele sono:

Rosso: quando si lavora a favore di un uomo o, più in generale, per la forza, la guarigione, l’energia vitale.

Rosa: quando si lavora a favore di una donna o per i bambini, soprattutto per la protezione da azioni negative o da malattie.

Giallo: per l’abbondanza materiale, per i buoni raccolti, la buona pesca. Simile al verde, ma diversamente da quest’ultimo, il giallo è connesso anche al dialogo con gli antenati, soprattutto se accompagnato da candele di sego.

Verde: molto simile al giallo, ma con connotati più legati alla fertilità e alla realizzazione dei progetti.

Azzurro: risolvere problemi famigliari, portare calma, proteggere i bambini.

Nero: per allontanare qualcosa come un vizio, un problema o una persona negativa.

Bianco: per qualunque scopo luminoso. In genere è considerata una candela impiegabile per qualunque utilizzo.

Arcobaleno: per chiedere la pioggia.

Nella tradizione chicana, nata in contesti di confine tra Stati Uniti e Messico, in zone come Texas, Arizona e California, la velaciòn segue più o meno lo stesso schema del rituale maya, con alcune differenze fondamentali:


- Le candele possono essere disposte a forma di triangolo (per benedire un nuovo intento), quadrato (per dare stabilità ad un intento passato), cerchio (per forzare una situazione… il suo utilizzo è infatti molto sconsigliato).


- La cerimonia segue un’influenza lunare (quella Maya no), per cui si chiedono crescita e prosperità nei momenti di luna crescente e piena, allontanamenti, bandi e guarigioni nei momenti di luna calante e nuova.


- L’offerta della velaciòn include un uovo e un bicchiere d’acqua.


***


Ukux Kaj – Ukux Ulew (il Cuore del Cielo e Cuore della Terra)

La mitologia maya fa riferimento al Creatore-Formatrice, il Gran Ajaw o Grande Spirito, come a una coscienza cosmica che si rivela attraverso varie divinità che sono allo stesso tempo indipendenti tra loro e sempre unite. Nel Popol Vuh, poema di creazione scritto dai Maya Qiché, il mondo inizia con l'unione del Cuore del Cielo (composto dalla triplice ipostasi del Deus otiosus Jun racàn, Chipi Calculhà e Raxa Calculhà) e del Cuore del Lago o del Mare (Tepeu Guq’umatz’, la maestosa Serpente Piumata), da cui nasce il Cuore della Terra successivamente popolato da tutta la vita.


Nel contesto sincretico, le invocazioni al Cuore del Cielo sono le invocazioni ai 15 Martines, ovvero gli spiriti dei grandi sciamani del passato, mentre quelle al Cuore della Terra – che viene disturbato solo nel caso in cui la prima cerimonia non abbia sortito gli effetti sperati – sono le chiamate alle 11 Ya’Mbrei, le 11 “Marie”.

Questa usanza deriva direttamente dall’antica mitologia maya, secondo la quale Chaac (il dio del cielo e della pioggia, equivalente al messicano Tlaloc) aveva al proprio servizio dei “chaacs”, ovvero degli spiriti a lui affini nell’essenza, che intervenivano come intermediatori. Ancora oggi in alcune zone del Messico si crede che le persone che vengono colpite dal fulmine si convertano in spiriti della pioggia qualora muoiano o in grandi sciamani, noti come graniciero, qualora sopravvivano.


Nel cosiddetto “periodo classico” (250 d.C. – 900 d.C. circa, nonostante la scansione della storia maya sia adesso in discussione alla luce delle nuove scoperte archeologiche), quando le condanne dei prigionieri di guerra o dei criminali assunsero l’immagine temibile e famosa del “sacrificio umano”, quattro sacerdoti si mascheravano da Chaac e trattenevano il sentenziato a morte per gli arti mentre il sacerdote principale eseguiva la pena capitale. I quattro Chaac, sostituiti dai Balameb nella tradizione Qiché, erano rappresentazione delle quattro direzioni e l’esecuzione veniva ritualizzata in un’offerta all’intera creazione.


Questa usanza, in realtà, non era di origine maya, bensì appateneva ai Mexica, i quali affermavano a loro volta di averla ereditata dai Toltechi. Presumibilmente fu introdotta al fine di terrorizzare i nemici Chichimechi che minacciavano i regni toltechi e alla fine riuscirono a distruggerne la capitale Tula (Tollan-Xicocotitlan) nel XII secolo.


Dall’interazione tra il Cuore del Cielo e il Cuore della Terra, che si manifestano nelle due ruote del Calendario Sacro, nascono il Tempo e i suoi signori, i nahuales.


Cholq’ij

Il Calendario Sacro (Cholq’ij’) non è, in realtà, un calendario. Si tratta del racconto mitico della Creazione eternamente narrato nel continuo presente oltre il tempo, di un ilbal, uno “strumento per vedere”, un cannocchiale per allargare la percezione, una mappa che riproduce le strutture frattali del Cosmo, laddove infinitamente grande e infinitamente piccolo si sfiorano.


Composto di due ruote: una di 20 nahual e una di 13 toni, il Cholq’ij’ disegna le trame di un arazzo, un drappo immaginalmente tessuto dalla Grande Madre, Ixmucané, la signora della chiarezza, la nonna del Sole, colei che insieme al consesso di dèi era ed è presente, avvolta dalle piume verdi-azzurre della Serpente Piumata, nel chiarore primordiale del Tempo prima del tempo.


Ognuna di queste 260 forze presiede a un giorno e concorre a dare origine al fenomeno della percezione. 260 giorni è anche il tempo necessario a una gestazione umana.

I nahuales sono archetipi temporali che si ripetono con precisione ritmica e si nascondono ora sotto i pallidi volti dei santi cristiani, visibili per coloro che hanno occhi per osservare – guide per i camminanti in cerca di risposte oltre i muri di plastica di una percezione preconfezionata.


Imox


Imox

Grande Madre Cosmica, Imox è rappresentata dalla ninfea bianca, utilizzata anticamente nelle cerimonie di intossicazione sacra. È il coccodrillo che si ritira negli abissi dell’invisibile, sogna il tempo e i suoi sogni sono la nostra “realtà”. Imox è la profondità misteriosa del mare, degli spazi intersiderali, dell’inconscio in cui nascono i sogni e gli incubi.


Imox è acqua, creatività, linguaggio onirico parlato dagli spiriti e il cielo viola del tramonto chiamato Moxkaj. I giorni governati da questo nahual sono propizi per chiedere la pioggia e ricevere premonizioni, far fluire correttamente il sangue, le emozioni e le lacrime stagnanti, onorare le acque interne ed esterne.


Nelle cerimonie del loq’laj kotz’ij (il fiore sacro, il fuoco), a volte viene offerta dell’acqua in forma di anello intorno alle fiamme per ringraziare la presenza di Imox.


A Imox è ovviamente connesso il condottiero Kaqchiquel Kajib’ Imox, che si racconta fu catturato, impiccato e bruciato dagli invasori spagnoli. La leggenda vuole che, vedendo il proprio leader soffrire delle pene così grandi, gli abitanti dei pueblos Kaqchiquel portarono dell’acquavite nella speranza di sedarlo prima della condanna a morte, ma che nessuna quantità riuscì a davvero a farlo ubriacare e che morì sobrio.


Le sue ultime parole, prima dell’esecuzione, furono un giuramento di vendetta. Tredici mesi e otto giorni dopo la morte di Kajib’ Imox, Pedro de Alvarado, che venne inviato dalla corona spagnola alla conquista del Guatemala, morì in un misterioso incidente. Qualcosa di invisibile spaventò il suo cavallo che cadde in un burrone portandosi dietro il proprio cavaliere.


Due mesi e sei giorni dopo l’incidente dal Volcan de Agua calò una alluvione che inondò la città di Antigua Guatemala. Nella devastazione perse la vita Beatriz de la Cueva, vedova di Pedro de Alvarado.


Per via di questa “agiografia” completamente apocrifa, il giorno 4 (Kajib’) Imox, ma in generale tutti i giorni Imox, sono considerati dei buoni momenti per chiedere al fuoco di interrompere alcolismo, dipendenze e per curare depressione e desideri suicidi.


Nella Santeria indigena, Imox si sincretizza nelle immagini di Santa Ana o Santa Isabel. La prima è riconosciuta dalla agiografia cristiana come la madre della Vergine Maria ed è per questo collegata a Ixmucané, la Madre Cosmica che si riflette in Ixqic, la Madre Terra addormentata, a sua volta madre dei Gemelli Prodigiosi.


Nel cristianesimo popolare Santa Ana è la patrona delle lavandaie (di nuovo il legame con l’acqua), delle tessitrici (che siano sedute al telaio dello spazio-tempo o a quello del cotone non è importante), delle puerpere e delle partorienti. Viene invocata per favorire la fecondità di una coppia.


Santa Isabel, connessa anche al nahual Kawoq, è come Santa Ana la protettrice delle partorienti e dei matrimoni. È chiamata anche Yoma, ovvero “Levatrice”; a lei sono devote tutte le curanderas che si occupano della salute della donna, del parto e dei primi anni di vita del neonato. Nell’agiografia Santa Isabel è la sorella di Santa Ana, nonché madre di Giovanni Battista, “gemello” del Cristo – altro elemento che la connette alla figura di Ixqic e a quella dei Gemelli Prodigiosi.


Nella Santeria cubana Santa Ana è la maschera di Nanan Baruqué, spirito della nebbia della religione yorubà, signora delle paludi e mediatrice tra il mondo dei vivi e quello dei morti.


Segue il nahual Iq'


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