• Diego Nicola Dentico

Tra “profezie” ed esaltazione: il ritorno dello sciamanesimo in Occidente



Il ritorno degli sciamani in occidente era stato profetizzato?


Inizialmente il termine “sciamano” definiva il mago-sacerdote delle popolazioni asiatiche. Infine, attraverso una serie peripezie accademiche troppo lunghe essere citate qui, “sciamanesimo” è diventato il sinonimo di molteplici spiritualità indigene appartenenti a quelle società rimaste vicine alla natura.

Queste società, che qui verranno chiamate “comunità tradizionali”1, quando non sono intaccate da una pressione cattolica o, peggio, evangelica, leggono le malattie tipicamente occidentali come il risultato della separazione della natura. Quando parlo di “malattie tipicamente occidentali” non faccio riferimento solo alla depressione, ma anche, per esempio, alla cieca rapacità nei confronti della natura che ci porta a distruggere l’ambiente in nome del profitto o ad appoggiare passivamente il processo consumando i prodotti che ne derivano. Un altro esempio di “malattia tipicamente occidentale” è lo scientismo, ovvero l’elevazione della scienza a dogma religioso (un controsenso, ma pochi conoscono l’accezione della parola “falsificabile”2) che esilia totalmente la spiritualità dalla sfera dell’individuo e svuota il mondo onirico, che per le comunità tradizionali è il mondo degli spiriti, di significato.

Insomma, agli occhi dei comunitarios un panorama desolante, talmente desolante che gli USA, per esempio, sono conosciuti in alcune comunità maya con il nome di “Terra dei morti” (viventi, Romero aveva ragione). La filosofia dello sciamanesimo appare quindi come l’unica cosa che ci può sostenere in una guarigione collettiva.

È vero che nelle comunità tradizionali sono state formulate molte previsioni che vedono nel ritorno dello sciamanesimo (e degli sciamani) in Occidente la risposta alle crisi sociali, economiche e, soprattutto ecologiche, che abbiamo provocato. Non solo i Maya, i Quechua e gli Hopi hanno ricevuto profezie di questo tipo, ma anche i popoli della Siberia, della Mongolia, del Tibet…

Il ritorno dello sciamanesimo però porta con sé un rischio che si sta verificando, ovvero quello di essere divorato, triturato, impacchettato e rivenduto come prodotto post-capitalista. Infatti ovunque spuntano come funghi sciamani self-made, ayahuasqueros che hanno deciso di portare la medicina dopo un mese di vacanza in Perù, curanderos certificati da un corso online.


Perchè è meglio non definirsi “curandero/a” in occidente: una questione di rispetto


Nelle comunità tradizionali lo sciamano è tale perché durante una grave crisi che potrebbe aver messo in pericolo addirittura la sua incolumità ha attirato le attenzioni di un potere (ovvero: uno o più spiriti) che poi gli rimane a fianco e tramite il quale può portare degli effetti positivi sulla comunità in cui vive. Successivamente a questa chiamata, lo sciamano o la sciamana si affiancano a degli anziani guaritori per ricevere una formazione su come applicare le proprie arti. Al termine di un lungo processo di addestramento arriva l’iniziazione, formalizzata attraverso un rituale.

Il primo ruolo di uno sciamano è quello di guarire, ma non è l’unico. Le difficoltà della carriera sciamanica, che prevede spesso guerre tra spiriti, non escludono il doversi procurare il cibo tramite lavori ordinari quali cacciare, coltivare o dedicarsi al commercio. Soprattutto in momenti storici come quello attuale, durante i quali le chiese evangeliche statunitensi demonizzano lo sciamanesimo e i suoi custodi comunitarios, se vogliono vivere della propria arte, gli sciamani sono costretti a prostituirsi a un turismo spirituale mainstream e consumistico, che spesso non prende in considerazione il contesto in cui queste persone vivono.

Come se la chiamata non fosse un evento abbastanza traumatico che nessuna persona sana di mente vorrebbe attraversare, c’è da dire che nei luoghi in cui è diffusa molta povertà, come nel caso delle comunità tradizionali, è molto diffusa anche la magia nera. I maghi neri sanno bene che gli sciamani sono protetti dagli spiriti, per questo motivo, quando vogliono far loro del male, tendono a colpire le loro famiglie. In Guatemala, siccome non si lascia nulla al caso o forse per ispirazione biblica, i maghi neri sono anche esperti di veleni. Questo è un altro motivo per cui nessun comunitario vorrebbe essere uno sciamano e ancor meno il parente di uno sciamano.

In Occidente la conoscenza sciamanica è arrivata grazie a persone-ponte (nelle profezie Quechua assumono il nome di chakaruna) che non solo l’hanno diffusa e “tradotta” in canoni occidentali, ma anche epurata di tutti gli aspetti più tetri. Quindi è giusto – proprio per rispetto alle tradizioni – se si è occidentali e non si sono ricevute iniziazioni complete, ma degnissime formazioni, utilizzare termini adatti per descriversi. Tra questi c’è “praticante di sciamanesimo”, un termine che dal mio punto di vista è ottimo in quanto non intacca le culture in cui lo sciamanesimo è ancora vivo nonostante gli occidentali e non getta discredito sulla filosofia che si vuole riportare in auge.



Studiare e applicare il curanderismo


Sciamani si è, non si tratta di un curriculum che è possibile scegliere. Questo significa che lo sciamanesimo sia chiuso e che seminari e corsi non servano a nulla? Ovviamente no, vediamo perché.

Innanzitutto, la possibilità di vivere secondo la filosofia sciamanica è data a tutti. Il Padre Cielo e la Madre Terra sono presenti per chiunque, così come i sogni, gli antenati, gli spiriti degli animali e delle piante a prescindere dalla propria etnia. È importante, però, seguire una via con un cuore – come diceva Castaneda - e non scimmiottare le culture native, cosa che rafforza gli stereotipi razzisti che molti comunitarios ancora oggi subiscono nelle proprie terre d’origine. Oltre ad abbeverarci alle fonti di altre tradizioni, abbiamo la possibilità (forse anche l’onere) di conoscere le nostre. Quanti tesori di conoscenza naturale sono nascosti nelle campagne, in possesso delle “care nonnine” che sanno di erbe e di segnature? Quanto potremmo stupirci nell’approfondire i temi della filosofia naturalista del Rinascimento?

In secondo luogo è bene ricordare che gli sciamani non si limitano a “battere il tamburo” e a “lasciarsi guidare dall’ispirazione” come un certo “sciamanesimo da supermercato” vorrebbe farci credere. Una sciamana è tale perché sa viaggiare tra i mondi, certo, ma soprattutto perché dagli altri mondi sa tornare e sa tenere i piedi ben piantati per terra. Gli sciamani siberiani, per continuare con gli esempi, studiano e memorizzano decine di cerimonie diverse per risolvere i problemi più disparati. La stessa cosa vale per gli sciamani maya da me incontrati, che sono versati nell’erboristeria o nella pratica del temazcalli - la sauna cerimoniale che, se condotta male, potrebbe provocare danni a chi vi partecipa. Il tirocinio degli sciamani wirrarika, i custodi del Peyote, dura 10 anni di cui 3 passati nel deserto in solitudine. L’addestramento sciamanico è lungo e difficoltoso, prevede che possa non essere portato a termine con successo e passa sempre attraverso lo sguardo attento degli insegnanti e degli spiriti.

È possibile però, anche come occidentali, apprendere diversi elementi delle medicine tradizionali delle culture sciamaniche, come ad esempio i massaggi, l’erboristeria, persino alcuni aspetti cerimoniali, senza necessariamente reclamare il “titolo” (che poi, sarebbe meglio definire “ruolo”) di curandero/a che normalmente viene riconosciuto dalla comunità.

Allo stato attuale nella nostra società questo ruolo non esiste. Si pensi che nel caso specifico italiano manca una regolamentazione persino per figure con lunghi percorsi di studio come i naturopati o i counselor, che all’estero godono di considerazione professionale e che in Italia sono considerati dalla legge 4/2013 alla stregua dei cartomanti (con rispetto parlando, ma si tratta di lavori molto diversi).

Si spera che a livello collettivo si vada in direzione di un contatto più profondo tra gli esseri umani e tra umanità e natura, ma si tratta di un cammino sul quale in questo momento scintilla un’aurora appena accennata. Forse in futuro si sarà fatto uno spazio interiore eliminando nozioni eurocentriche, deliri egoici, separazione dall’ambiente e a quel punto ci sarà posto anche per il riconoscimento delle sciamane e degli sciamani delle nostre terre.

Fino a quel momento, quando camminiamo la via sciamanica, dobbiamo ricordarci che siamo sulla lama di un rasoio, il sottile spessore che separa una ricerca autentica e che parte dal rispetto dall’ennesimo prodotto da vendere online.



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1 Non sono un antropologo, mi riferisco unicamente alla mia esperienza. In Guatemala gli “indigeni” non amano questo termine e preferiscono essere chiamati “comunitarios”, ovvero “gente delle comunità”.

2 Vi rimando a questo link in cui si parla di filosofia della scienza: https://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_falsificabilit%C3%A0

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