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  • Diego Nicola Dentico

Unire realtà separate

Aggiornamento: 3 gen


Oggi vorrei parlare dell’utilità delle cosmovisioni native nella società moderna. È un tema che tocco molto spesso da punti di vista diversi perché sono convinto dell’utilità di queste visioni nel riportare l’essere umano (nello specifico gli occidentali che hanno dimenticato la propria dimensione naturale) a contatto con la natura e con il Senso.

Stando alle cosmovisioni dei popoli indigeni mesoamericani gli esseri umani hanno due modalità percettive. Una, quella che Castaneda nei suoi scritti chiamava “Tonal”, solare, legata alla veglia, al linguaggio, alla razionalità, alla quantità. La seconda sovra-razionale, oltre il linguaggio, quindi indicibile, atemporale. Castaneda la chiamava “Nagual”.

La nostra società ha completamente squalificato il Nagual in favore del Tonal e come tutto ciò che non viene visto, il Nagual si è riempito di incubi e deliri che chiamano la nostra attenzione sin dal tempo del lapidario proverbio “chi dorme non piglia pesci”.

Per i nativi vicini alla tradizione è assolutamente normale “dialogare” con le forze della natura e riconoscersi come parte dello stesso Mistero infinito. Perché agli occidentali questo contatto sembra essere negato? Spesso ci si aspetta che nello stato Nagual le cose si manifestino come nel Tonal. Nell’approcciarci ad una cascata – che è uno spirito, è una dea a tutti gli effetti – ci aspettiamo che esca dalle acque una donna, magari con dei vaporosi abiti di taffetà azzurri e ci comunichi verbalmente qualche tipo di rivelazione. Non è così – non sempre almeno, anzi, molto raramente. Il contatto “nagualico” con le potenze naturali avviene nel mondo sovra-razionale oltre l’ossidato dialogo interiore che ci tiene ancorato alle esperienze ordinarie. Nella connessione profonda con quella che è sì la nostra anima, ma è anche l’Anima della Natura e la sua intelligenza, non è detto che il contatto assuma la forma di un messaggio, ma sicuramente ci porta in un punto di pace oltre la mente. Quell’apparente vuoto che sembra promettere qualcosa è l’aroma del Grande Spirito. Non ci si può avvicinare ad una disciplina che per natura va oltre i canoni della mente con la mente. È necessario abbracciare nuove visioni, nuovi paradigmi.

Nel momento in cui si tenta la traduzione dal Nagual al linguaggio, nasce il mito, fioriscono gli dèi che si rendono quasi tangibili, appaiono gli spiriti. Lo sciamanesimo, quindi, è quella pratica che mira a unire i due mondi, le due “realtà separate”, il Tonal e il Nagual. Quando l’ajq’ij maya prega di fronte al fuoco della cerimonia e nomina i nahuales (gli archetipi del tempo secondo il Calendario Sacro) nelle loro tredici manifestazioni, quello che sta facendo è bussare alle porte della coscienza di chiunque partecipi al rito, e risvegliare lo spirito dalle prigioni di ordinaria banalità, di consumismo, di nichilismo divorante che svuota la realtà di senso e priva la vita umana di libertà.

Il nichilismo divorante è diventato ormai un vero e proprio paradigma e possiamo vedere quanto ai giorni nostri parlare di poesia, di sogni – a volte persino di emozioni! - sia considerato quasi un tabù. Vengono presi come modelli da imitare personaggi che hanno successo economico o che portano avanti la propria comunicazione in maniera divisiva, graffiante, blastante. Questo è il motivo per cui l’occidente è assetato di sciamanesimo e allo stesso tempo lo ripudia. Abbiamo necessità di ricontattare il Sacro, lo Spirito nella Natura, per dare una cornice di senso (non necessariamente espresso razionalmente) all’esperienza umana.

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